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l'architetto tra teoria e poesia |
Articolo di Carlo Sarno pubblicato il 04/06/2002 su Buildlab, portale di architettura su internet con indirizzo web www.buidlab.com , e curato da Cristina Ribeiro, dal titolo L'ARCHITETTO TRA TEORIA E POESIA :
Carlo Sarno
L'ARCHITETTO TRA TEORIA E POESIA
Da sempre l’architettura ha avuto un duplice aspetto, uno più teorico, un altro più poetico. La sintesi di questi due momenti ha sempre dato origine ad opere di altissimo valore artistico: si pensi ad esempio al Partenone di Callicrate, alla Rotonda di Palladio, alla Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright.
La teoria in architettura consiste nella
spiegazione sistematica, scientifica o filosofica, dei principi della
progettazione, ovvero l’insieme dei ragionamenti collegati tra loro e diretti ad
una spiegazione per il buon fare dell’architetto.
La poesia in architettura rappresenta l’aspetto espressivo e comunicativo,
riguarda aspetti belli e nobili che ispirano alti pensieri e commuovono il cuore
e l’immaginazione.
L’importanza della teoria e della poesia nell’opera dell’architetto è rilevante:
nessuna opera valida di architettura può esistere senza una poetica ed una
spiegazione di essa.
L’architetto è un artista-scienziato, alcuni hanno detto di lui che sarebbe
l’ultima figura di umanista in questo attuale mondo che produce solo
specializzazione e settorialismi, altri hanno detto che è un generalista, certo
il suo fare e trasformare la natura non si può ridurre a mera tecnica, ad essere
un esperto di tecnologia della costruzione.
Anche nell’architettura romanica, nel profondo medioevo, le chiese erano
costruite sotto la supervisione di un ‘capomastro’ che finalizzava e coordinava
tutti i contributi anonimi degli artisti alla realizzazione dell’idea di chiesa
secondo la visione del clero: ciò ha dato origine a monumenti uno diverso
dall’altro, seppure rispondenti ad una stessa visione del mondo, e ad opere
originalissime.
Alla preparazione dell’architetto, come dice Vitruvio nel suo De Architettura,
"...concorrono gli apporti culturali di molte scienze e l’esperienza delle altre
arti. Esiste infatti una pratica ed una teoria dell’architettura. La pratica
consiste nel continuo esercizio di una attività manuale nei confronti di un
qualsiasi materiale, per plasmarlo nella forma progettata. La teoria è, invece,
quella capacità tecnica e metodologica che si concreta nella progettazione
dell’opera. Pertanto quegli architetti che procedettero empiricamente, senza una
adeguata formazione scientifica, non poterono acquistare fama e prestigio pari
al loro impegno, mentre quelli che si sono affidati unicamente alla conoscenza
teorica non hanno saputo concretare la loro arte. Coloro che , invece, ebbero
sicuro possesso dell’uno e dell’altra ...realizzarono i loro scopi e ottennero
facilmente autorità nel loro campo...".
Ancora Vitruvio continua la sua argomentazione
sulle qualità che deve avere l’architetto introducendo il binomio
significato/significante ed attribuendo all’ambito del significato l’opera da
costruire, mentre all’ambito del significante l’illustrazione teorica e
sistematica. Ciò crea un rimando alla recente ed importantissima opera nel campo
linguistico-strutturale di De Saussure che approntò una metodologia nell’analisi
linguistica che poi si è diffusa in varie branche del sapere.
De Saussure ipotizzò delle coppie concettuali operative : lingua-parola,
sintagmatica-paradigmatica, sincronia-diacronia. Queste coppie consentono di
inquadrare la verbalità, il linguaggio (letterario ma anche figurativo) in un
sistema organico. Applicando la coppia lingua-parola all’architettura, dove per
‘lingua’ si intende una rappresentazione generale e razionale in riferimento
alla collettività e per ‘parola’ l’atto linguistico particolare e individuale,
possiamo inquadrare ad esempio due opere differenti come la villa Savoy (1928)
di Le Corbusier e la casa Kaufman (1936) di Frank Lloyd Wright e dire che mentre
entrambe hanno la stessa ‘lingua’ (rinunzia della monumentalità, nuovi
materiali, matrice socio-culturale comune, ecc.) si differenziano nella ‘parola’
per la poetica ed una maniera particolare di esprimere la commozione in
architettura.
Vitruvio, ritornando al rapporto tra teoria e
poesia, scrive: "...il vero architetto ... dovrà possedere doti intellettuali e
attitudine all’apprendere, perché né il talento naturale senza preparazione
scientifica, né la preparazione scientifica senza il talento naturale possono
fare il perfetto artefice. Sia perciò competente nel campo delle lettere e
soprattutto della storia, abile nel disegno e buon matematico; curi la sua
preparazione filosofica e musicale; non ignori la medicina, conosca la
giurisprudenza e le leggi che regolano i moti degli astri...".
Come si vede già per Vitruvio, trattatista dell’epoca romana, è importante per
la formazione di un buon architetto una formazione umanistica, globale.
L’architetto affronta il problema dell’abitare, un problema che è all’origine
dell’essere-nel-mondo dell’uomo, un argomento che ha le sue radici nel nucleo
essenziale dell’antropologia: il rapporto dell’uomo con lo spazio, l’ambiente,
il luogo che lo circonda.
Tutte le categorie astratte dell’uomo, dall’immaginario alla logica, e le
conoscenza sensitive ed empiriche, concorrono alla comprensione dello
spazio-tempo dell’abitare. Ed è proprio la rilevanza del ruolo dell’architetto
di mediatore ed interprete del rapporto uomo-ambiente in tutta la pluralità di
significati che lo rende un umanista, una figura professionale che tende ad
unire nella sua attività teoria e poesia, una persona che opera nel mondo con la
ragione e con il cuore per la comprensione dei veri bisogni dell’umanità.
Fonte : http://www.buildlab.com